– Paolo Alciati & Enza D’Amato –
Tra mobili Liberty, sculture e ricette romagnole, l’Antica Trattoria al Gallo continua a raccontare una città attraverso la tavola. Una storia cominciata nel 1909 e arrivata alla quarta generazione.

In via Maggiore, a Ravenna, c’è una casa color mattone con un’insegna che sembra appartenere da sempre alla strada. È l’Antica Trattoria al Gallo.
Da fuori è difficile immaginare quello che si trova oltre la porta. Entriamo per pranzare e ci ritroviamo in ambienti che custodiscono oltre un secolo di storia.

Gli arredi sono prevalentemente Liberty, le vetrate conservano decorazioni e colori dei primi del Novecento, mentre alle pareti si alternano teste scolpite, specchi, lampade, fotografie e dipinti. Ci sono statue, alcune di notevoli dimensioni, che trovano naturalmente posto tra i mobili e le altre opere. Sono oggetti raccolti nel corso delle generazioni, che danno agli ambienti il loro carattere particolare.

Durante il pranzo lo sguardo torna più volte su tanti particolari: una figura femminile, un mobile intarsiato, un volto scolpito. Emergono dettagli che a una prima occhiata erano sfuggiti, testimonianze di una storia familiare che si intreccia con quella del ristorante.
Una storia che comincia ufficialmente nel 1909, quando Giuseppe Turicchia acquistò lo Stallatico del Gallo con Locanda e Osteria, un’attività già esistente nell’Ottocento, almeno dal 1866, e appartenuta a Serafino Emiliani, figura storica della ristorazione locale.
La posizione era strategica: via Maggiore, nel Borgo San Biagio, costituiva uno degli accessi alla città e offriva un punto di sosta a viaggiatori e commercianti che arrivavano con carri e cavalli.
Giuseppe Turicchia aveva maturato un’esperienza alberghiera importante. Aveva lavorato a Roma presso i principi Torlonia ed era stato direttore del Reale Albergo San Marco di Ravenna. Portò quindi nella vecchia locanda la propria esperienza nel servizio e nell’ospitalità, dando inizio a una storia familiare che dura da oltre un secolo.
Il passaggio dalla vecchia locanda alla trattoria elegante di oggi non è avvenuto tutto insieme. È stato il lavoro di generazioni, e soprattutto di persone che hanno continuato a viverlo e a gestirlo.

Non sono mancati i momenti difficili. Nel 1944 i bombardamenti colpirono la proprietà, distruggendo la locanda e le scuderie, mentre il ristorante e l’abitazione della famiglia rimasero in piedi. Una grata di ferro, deformata da una scheggia, conserva ancora il segno di quei giorni. Nel dopoguerra l’attività riprese il proprio cammino con il nome di Antica Trattoria al Gallo 1909.
I mobili Liberty non sono stati acquistati per ricreare un’atmosfera d’epoca: appartengono alla storia della casa e sono stati conservati nel corso delle generazioni.

Ne risulta un arredamento ricco, lontano dall’essenzialità di molti ristoranti contemporanei, e proprio per questo di forte personalità.

C’è anche un piccolo giardino interno, più raccolto rispetto alle sale ricche di oggetti e decorazioni, che offre una pausa dalla vivacità degli ambienti interni.

Nel tempo il locale ha accolto artisti, musicisti, uomini politici e protagonisti della vita culturale. Tra gli ospiti ricordati figurano Riccardo Muti, che donò a Fernando Turicchia una propria bacchetta da direttore d’orchestra, il violoncellista Mstislav Rostropovič, Alexander Dubček e lo scrittore Manuel Vázquez Montalbán e Gianni Morandi. Raoul Gardini, amico della famiglia, aveva addirittura un posto riservato, un po’ come Camillo Benso, conte di Cavour, al ristorante Del Cambio di Torino. Su una parete è ancora appeso il vessillo del Moro di Venezia, la celebre barca a vela con cui Raoul Gardini inseguì il sogno della Coppa America nel 1992, donato dallo stesso Gardini alla famiglia Turicchia.

Accanto a questi nomi ci sono le tante persone che hanno frequentato il Gallo per un pranzo di famiglia, una ricorrenza o un incontro di lavoro. Le fotografie e i ricordi conservati nelle sale – raccolti anche in un libro celebrativo – testimoniano entrambe le storie, quella pubblica e quella privata, ormai strettamente intrecciate.

Oggi il ristorante è arrivato alla quarta generazione. Fernando Turicchia e il figlio Umberto ne hanno raccolto e portato avanti l’eredità, mentre Delia Clapiz, moglie di Fernando, ha avuto un ruolo determinante nella cucina e nella cura degli ambienti.
Il Gallo, però, non è un museo nel quale si mangia. La cucina ha un ruolo centrale nella sua storia e continua a richiamare gli ospiti.

A tavola ritroviamo il legame con la tradizione, anche se il menù non si limita ai piatti più conosciuti della Romagna
Accanto alla pasta fresca, ai cappelletti, ai funghi, al tartufo e alla selvaggina trovano spazio il pesce dell’Adriatico e preparazioni di ispirazione più classica. La proposta segue le stagioni e lascia convivere ricette di famiglia e accostamenti meno consueti.

Cominciamo il nostro pranzo con un tortino tiepido ai carciofi, servito con salsa Mornay e crostino. Un antipasto di gusto classico, particolarmente in sintonia con l’atmosfera d’antan del Gallo.
Il legame con Ravenna passa anche attraverso il pesce, come è giusto che sia per una città così legata all’Adriatico.

La tartare di ombrina con crema di topinambur, nocciole tostate e riduzione di arancia rossa propone un’interpretazione più attuale di questo patrimonio gastronomico. Non è una ricetta tradizionale ravennate, ma nasce da un ingrediente che appartiene alla cucina del territorio.

Con le tagliatelle ai funghi porcini, finferli, champignon e prosciutto di Parma torniamo invece alla pasta fresca all’uovo, una delle espressioni più riconoscibili della cucina romagnola. È una preparazione che non ha bisogno di particolari artifici per essere riconosciuta: la sfoglia, il profumo dei funghi, la sapidità del prosciutto, ingredienti che appartengono da sempre alla cultura gastronomica di questa parte d’Italia. In un ristorante come il Gallo, un piatto del genere misura anche la fedeltà a una tradizione. Non basta inserirlo nel menù; bisogna continuare a considerarlo importante.

Non potevamo poi lasciare il Gallo senza assaggiare i cappelletti di Ravenna al ragù romagnolo. Qui il riferimento alla cucina di casa è ancora più diretto. I cappelletti ravennati hanno una loro identità, a cominciare dal ripieno a base di formaggi, che li distingue da altre paste ripiene della regione. La tradizione li vuole soprattutto in brodo, protagonisti dei pranzi delle feste, ma la versione al ragù è ormai altrettanto familiare sulle tavole romagnole.
Per accompagnare i primi ci affidiamo al consiglio di Umberto, esperto sommelier, che propone un ottimo calice di Sangiovese di Romagna giovane, secco e fruttato. Una scelta territoriale, adatta ai piatti che abbiamo ordinato.

Per concludere scegliamo due dolci molto diversi. Il primo è una crema pasticcera con fragole, mirtilli e lamponi freschi; il secondo ci riporta alla storia della famiglia Turicchia: il latte brûlé della “Nonna Antonietta”, un dolce dalla preparazione lunga, denso e corroborante. È una di quelle ricette domestiche che richiedono tempo e che oggi non è così frequente trovare al ristorante. Con il caffè arrivano anche i classici spumoncini alle mandorle.

Il pranzo conferma il legame del Gallo con la cucina romagnola, senza escludere preparazioni di gusto più contemporaneo. Dai cappelletti al ragù alla tartare di ombrina, il menù segue questa doppia direzione con naturalezza.

La passione per il vino emerge anche dalle bottiglie commemorative e dalle etichette d’epoca conservate nelle sale. Alcune ricordano anniversari e occasioni particolari, altre appartengono alla lunga storia dei rapporti costruiti dalla famiglia. Anche queste bottiglie raccontano occasioni e incontri che hanno segnato la vita del Gallo.
Ravenna è conosciuta soprattutto per i mosaici, le basiliche e la memoria di Dante, ma una parte della sua storia si ritrova anche in luoghi come questo. Non nei grandi monumenti, bensì nelle abitudini quotidiane, nei pranzi delle feste, nelle ricette tramandate e nei tavoli ai quali si sono sedute generazioni di ravennati.

Nel 2010 il Gallo ha ottenuto il riconoscimento di Locale Storico d’Italia. Un titolo che non premia soltanto l’anzianità dell’insegna, ma anche la conservazione degli ambienti e la continuità dell’attività. In questo caso la sede, gli arredi e la gestione familiare sono rimasti legati gli uni agli altri, attraversando epoche molto diverse.

Alla fine del pranzo, tornando verso l’uscita, osserviamo ancora una volta le sale: i mobili Liberty, le sculture e le fotografie non ci appaiono più come una collezione di curiosità bensì come le tracce di una vita familiare che si è svolta, per oltre cent’anni, attorno a questo ristorante.

Uscendo su via Maggiore, la facciata torna a sembrare quella di una casa come altre nella strada, distinta dalla sua insegna storica. Dentro, però, è rimasta una parte importante della vita gastronomica ravennate. Il Gallo è sopravvissuto a due guerre mondiali e a numerosi passaggi generazionali senza perdere il legame con la famiglia che lo guida dal 1909.

E mentre tante cose intorno sono cambiate, qui si apparecchia ancora la tavola, si preparano le ricette di casa e si accolgono gli ospiti. Ed è proprio in questa quotidianità, fatta di gesti familiari, tra la cucina e l’accoglienza, che la storia del Gallo attraversa il tempo senza perdere la propria autenticità.
Info: www.algallo1909.it
