
Lo scorso dicembre, nel cuore di Torino, il mondo dell’enogastronomia ha vissuto un momento davvero stimolante: una cena esclusiva al ristorante Opera Ingegno e Creatività— l’ex refettorio ottocentesco oggi riconosciuto come uno degli indirizzi più solidi della cucina contemporanea piemontese — in cui il dialogo tra i vini del Südtirol o Alto Adige e la cucina d’autore si è tradotto in un’esperienza sensoriale condotta con grande empatia e piacevolezza.


La serata — riservata ad alcuni giornalisti ed esperti del settore — si è svolta in un’atmosfera elegante ma intima, tipica del ristorante Opera, dove l’attenzione allo spazio e all’accoglienza accompagna una proposta gastronomica misurata e contemporanea.
La cena, pensata come celebrazione del territorio vitivinicolo altoatesino, ha visto protagonisti lo chef Stefano Sforza, anima creativa della cucina di Opera, e Andrea Amadei – volto noto radiotelevisivo sdoppiato tra la Clerici di “È sempre mezzogiorno!” e Fede e Tinto di “Decanter” – e voce guida della degustazione.
L’evento ha avuto il merito, raro nel panorama gastronomico italiano, di offrire un racconto coerente e profondo del vino come narrazione culturale, non solo come accompagnamento gustativo.

La filosofia della serata era chiara fin dall’inizio: permettere a ogni vino di esprimere la propria identità senza interferenze, attraverso piatti pensati per accompagnare, sostenere e talvolta mettere in tensione il profilo aromatico del calice. La cucina di Sforza ha lavorato in questa direzione, costruendo un percorso coerente, giocato su freschezza, precisione e progressione, capace di assecondare la complessità delle etichette senza mai sovrastarle.

Dopo l’aperitivo con gli amuse-bouche e il Brut Nature Alto Adige Spumante DOC 2021 di Cantina Kaltern – dal perlage fine, elegante, con piacevoli sentori di fiori bianchi, frutta gialla, crosta di pane e caratterizzato da una buona acidità e sapidità – l’apertura è stata affidata a un piatto a base di zucca, pistacchio e passion fruit, dove la dolcezza dell’ortaggio e la componente grassa del frutto secco trovavano equilibrio nell’acidità netta del Silvaner Aristos 2023 della Cantina Valle Isarco. Un vino affilato, minerale, che ha dato slancio al piatto senza irrigidirlo, chiarendo fin da subito la direzione della serata. L’inizio perfetto!

In questa fase iniziale l’obiettivo non era stupire, ma costruire precisione: lavorare sull’eleganza della relazione tra gusto e aroma. Da qui la necessità di un racconto puntuale, capace di spiegare non solo l’origine dei vini, ma la logica che stava dietro ogni scelta.
Uno dei momenti più riusciti è arrivato con il Valle Isarco Sauvignon 2024 di Tenuta Strasserhof-Hannes Baumgartner, abbinato a una portata di capesante, agrumi e cetriolo con foglie di kaffir lime. Un Sauvignon moderno, teso e contemporaneo, dai richiami agrumati e dalla freschezza incisiva, che ha accompagnato il carattere iodato del piatto amplificandone la pulizia e regalando un respiro quasi internazionale, senza perdere il legame con il territorio.

In questo contesto, il ruolo di Andrea Amadei è stato centrale. Forte di una narrazione solida e mai compiaciuta, ha guidato gli ospiti in una lettura sensoriale che andava oltre la degustazione, trasformando dati tecnici, informazioni produttive e riferimenti territoriali in un racconto coerente e stratificato.
Ogni intervento aggiungeva profondità a numeri, altitudini e scelte enologiche, restituendo al calice un contesto culturale e identitario. Nessuna postura didattica, nessun tono da “maestrino”: piuttosto la naturalezza di chi conosce bene la materia e sa condividerla con intelligenza, ritmo e misura.
A questo racconto ha contribuito anche Alexandra Cembran, responsabile marketing e comunicazione del Consorzio Vini Alto Adige, più volte chiamata in causa da Amadei per approfondire passaggi chiave sul territorio, sulle scelte produttive e sull’identità complessiva della denominazione.

Le portate successive hanno esplorato ulteriori espressioni dell’eleganza alpina dell’Alto Adige, muovendosi tra interpretazioni diverse ma coerenti del territorio.

Dai grandi bianchi di vitigni classici proposti in chiave più strutturata, come lo Chardonnay Ritten Kleinstein 2024 della Cantina di Bolzano, valorizzato ed esaltato da un ottimo risotto a base di vongola, zucchine e limone, fino alle espressioni più aromatiche e identitarie del Gewürztraminer: il Vigna Kastelaz 2023 di Elena Walch – vino di grande precisione e soddisfazione – per la ricciola, cavolfiore, cardamomo e kumquat e il Terminum 2023 di Cantina Tramin, straordinaria interpretazione da vendemmia tardiva, intensa, floreale e fruttata, che ha trovato un dialogo particolarmente riuscito con il dessert di caramello, kiwi e shiso.
Ogni etichetta è stata inserita in un quadro narrativo ben definito, accompagnata dalle note di Amadei su tecniche di vinificazione, altitudine dei vigneti e filosofia produttiva di ciascuna cantina, componendo un racconto corale e coerente del mosaico vitivinicolo altoatesino.
La forza dell’Alto Adige sta proprio qui: in una varietà climatica e geologica che, in uno spazio relativamente contenuto, genera stili molto diversi. Zone fresche e alpine convivono con aree più soleggiate e articolate; le escursioni termiche contribuiscono a definire vini tesi, verticali, capaci però anche di ampiezza aromatica. Una complessità che nel corso della cena è emersa con chiarezza.
Determinante, in questo equilibrio, è stata la cucina di Stefano Sforza, capace di mettere in relazione piatti calibrati con vini dal carattere deciso, lavorando su consonanze e contrasti senza mai forzare la mano. Nessuna competizione tra piatto e calice, ma un dialogo continuo, fatto di rimandi, sostegni reciproci e precisione tecnica.

Più che una sequenza di portate, la serata si è configurata come una vera conversazione gastronomica, condotta con intelligenza e ritmo, in cui ogni vino contribuiva a rafforzare il racconto dell’Alto Adige e ogni piatto ne diventava una possibile traduzione culinaria. Non è stata soltanto una degustazione di etichette pregiate ma un progetto culturale, un’occasione per esplorare come identità territoriali italiane possano dialogare attraverso il linguaggio universale del gusto.
Con la guida sapiente di Andrea Amadei e la cucina contemporanea di Stefano Sforza, ognuno di noi ha potuto uscire dal ristorante con una comprensione più profonda non solo dei vini dell’Alto Adige, ma anche di ciò che significa integrarli in un percorso gastronomico moderno e narrativo.
A chiudere idealmente il percorso, il tema del territorio come sistema complesso. Regione vitivinicola di dimensioni contenute, l’Alto Adige concentra in poco meno di 6.000 ettari vitati una varietà pedoclimatica straordinaria, frutto di un’orogenesi antica e di una topografia che alterna fondovalle, pendii ripidi e vigneti di montagna fino ai 1.000 metri di altitudine.
La ricchezza dei suoli — oltre 150 tipologie di roccia tra porfidi, calcari dolomitici, quarzi e depositi morenici — e la molteplicità dei microclimi, generati dall’incontro tra influssi alpini e correnti mediterranee, si riflettono direttamente nel bicchiere. Le escursioni termiche preservano freschezza e precisione aromatica, mentre la viticoltura di montagna impone scelte rigorose, spesso affidate ancora al lavoro manuale.

A rafforzare questo legame tra vino e luogo è arrivata, nel 2024, l’introduzione ufficiale delle Unità Geografiche Aggiuntive (UGA): 86 aree delimitate e riconosciute, ciascuna associata alle varietà più adatte alle proprie caratteristiche pedologiche e climatiche. Un passo decisivo verso una lettura sempre più precisa del terroir, che consente oggi di individuare in etichetta l’origine esatta delle uve, rafforzando trasparenza e identità.
La qualità, perseguita con coerenza a partire dalla svolta degli anni Ottanta, resta il filo conduttore della viticoltura altoatesina. Una qualità che non riguarda solo il prodotto, ma anche il processo: sostenibilità ambientale, tutela del paesaggio, gestione responsabile delle risorse e salvaguardia di un tessuto produttivo fatto in larga parte di aziende familiari. Un modello che privilegia la continuità generazionale e una visione di lungo periodo, più che la quantità.

Tutto questo — geologia, clima, storia, cultura, scelte produttive — era implicitamente presente nei calici serviti durante la cena torinese nella quale l’Alto Adige ha dimostrato la propria forza: nella capacità di rendere leggibile un sistema complesso, traducendolo in vini precisi, identitari, capaci di dialogare con una cucina contemporanea senza perdere precisione né profondità. Un territorio piccolo, ma estremamente eloquente, che nel bicchiere riesce a raccontarsi con chiarezza e profondità.
Info: www.vinialtoadige.com
Paolo Alciati


