– Paolo Alciati –
Il più grande territorio italiano del Pinot Nero trasforma una vocazione storica in una nuova identità
Per molto tempo l’Oltrepò Pavese è stato un paradosso difficile da spiegare. Da una parte c’era una delle più importanti concentrazioni italiane di Pinot Nero, con quasi 3.000 ettari vitati e una vocazione storica per il Metodo Classico; dall’altra, una parte consistente del vino finiva per essere venduta sfusa ai grandi produttori, in bottiglie che raccontavano poco del territorio da cui quelle uve provenivano. Per anni, insomma, si è ragionato “a cisterne”, mentre il vigneto avrebbe consentito di ragionare in termini di parcelle, colline, denominazione, identità.

La sensazione che ho ricavato dalla sesta edizione di “Oltrepò Terra di Pinot Nero”, tenutasi a Voghera ai primi di settembre, è che quella stagione sia finalmente alle spalle. Non perché il problema sia risolto, ma perché è cambiata la direzione. Oggi esiste una consapevolezza condivisa: l’Oltrepò può e deve presentarsi per quello che è, uno dei grandi territori italiani del Pinot Nero e uno dei luoghi più vocati al Metodo Classico da Pinot Nero.
È questo il significato del ritorno del nome Classese. Il marchio, nato nel 1984 dalla fusione di “Classico” e “Pavese”, è il tentativo di dare un nome a una vocazione antica. Nel 1865 il Conte Augusto Giorgi di Vistarino produceva a Rocca de’ Giorgi, in Valle Scuropasso, il primo Metodo Classico da Pinot Nero dell’Oltrepò. Una storia che supera i 160 anni e rende difficile comprendere come un territorio con questa disponibilità di Pinot Nero abbia tardato così tanto nel trasformare la materia prima in un’identità forte.

Il Classese nasce dunque da una contraddizione che oggi sembra pronta a essere superata. L’Oltrepò non deve più limitarsi a essere il grande serbatoio di Pinot Nero dell’enologia italiana: deve diventare riconoscibile attraverso i propri vini. E il Metodo Classico è probabilmente il punto di partenza più naturale.
Basta guardare la geografia per capire la particolarità di questa terra. A meno di cinquanta chilometri da Milano, l’Oltrepò Pavese è una zona di confine stretta fra Piemonte ed Emilia-Romagna e affacciata verso l’Appennino ligure. Le quattro grandi vallate – Versa, Scuropasso, Coppa e Staffora – compongono un mosaico di esposizioni, altitudini, suoli e microambienti.
I vigneti si distribuiscono fra i 120 e i 550 metri, con alcune parcelle ancora più in alto. Pendenze, ventilazione e terreni differenti rendono evidente la varietà del territorio. Se in passato si parlava soprattutto di quantità, oggi si può cominciare a parlare di luoghi.

La mappa vitivinicola di Alessandro Masnaghetti, presentata la mattina del 7 settembre al Teatro Valentino Garavani di Voghera, è un passaggio importante: per la prima volta l’Oltrepò dispone di uno strumento che rende leggibile sulla carta la propria complessità, mettendo in relazione geografia, paesaggio, tradizioni e viticoltura.

Come ha sottolineato Riccardo Binda, direttore del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, si tratta di un lavoro che l’Oltrepò e i suoi produttori meritavano da tempo e che consente finalmente di descrivere il territorio attraverso le sue principali vallate.

I numeri aiutano a capire la dimensione del fenomeno: nell’area della Doc e della Docg il Pinot Nero occupa circa 2.903 ettari, pari al 25,2% della superficie vitata, superando di poco la Croatina. Il vitigno è particolarmente concentrato nella parte centrale dell’Oltrepò, con una presenza importante nella Valle Scuropasso e nelle valli Coppa e Versa. Montalto Pavese è il Comune con la maggiore superficie coltivata a Pinot Nero.

La domanda resta evidente: come è stato possibile non costruire prima un’identità forte intorno a questa risorsa, in una terra che aveva già tutto? La risposta non è semplice e non serve cercare colpevoli. La viticoltura dell’Oltrepò ha conosciuto per decenni frammentazione e un rapporto difficile fra quantità, remunerazione delle uve e valore della bottiglia. Ma oggi il contesto sembra diverso.
Il nuovo corso del Consorzio ha messo insieme un nuovo statuto, maggiore rappresentanza dei piccoli produttori, un disciplinare più rigoroso, il ritorno del Classese, una comunicazione coordinata e una nuova mappa. Tutto rientra nella stessa strategia: aumentare il valore percepito del vino e del vigneto.

La presidente Francesca Seralvo ha sintetizzato il percorso: in un triennio non facile, l’Oltrepò ha scelto una direzione condivisa e strumenti concreti per dare più valore ai vini, ai vigneti e al territorio. È un passaggio culturale prima ancora che commerciale: un territorio acquista forza quando comincia a raccontarsi come un insieme riconoscibile. Il Classese è precisamente questo: un nome comune attraverso cui l’Oltrepò può riconoscersi e farsi riconoscere.

Il nuovo disciplinare punta su criteri più severi: raccolta manuale in cassette, uve provenienti esclusivamente da pendici collinari, almeno l’85% di Pinot Nero, acidità minima di 6 grammi per litro e almeno 24 mesi sui lieviti, che diventano 36 per i millesimati e 48 per le riserve. Sono inoltre previste quattro MGA – Menzioni Geografiche Aggiuntive: Valle Versa, Valle Scuropasso, Valle Coppa e Valle Staffora.
Sono regole che spostano il baricentro dalla produzione di spumante alla costruzione di un vino territoriale. Il nuovo impianto dovrà diventare il riferimento della futura DOCG del Metodo Classico oltrepadano, una volta concluso l’iter ministeriale.

La prova sul campo di questo cambiamento è arrivata dai banchi di assaggio in cui sono state presentate oltre cento etichette da 32 cantine, mentre le degustazioni alla cieca hanno messo a confronto 57 Metodo Classico, 44 bianchi e 13 rosé, con annate comprese fra il 2023 e il 2012. Significativo anche il peso dei dosaggi bassi: 39 vini erano Pas Dosé, Brut Nature o Extra Brut.
Nei miei appunti di degustazione sono emerse differenze interessanti. Il Pinot Nero oltrepadano mostra una personalità in continua evoluzione: negli Spumanti più giovani prevalgono freschezza e tensione acida, con note floreali e agrumate, mentre l’affinamento porta maggiore profondità e complessità, sviluppando balsamicità, sentori di piccoli frutti rossi, frutta essiccata, scorza d’arancia, fiori, crosta di pane, lievito e pasticceria, fino a sfumature di frutta secca, tostatura e mandorla. Particolarmente interessanti i vini prodotti solo nelle annate migliori, capaci, anche dopo oltre dieci anni dalla vendemmia, di conservare freschezza, sapidità e bevibilità, confermando una struttura che consente dosaggi molto contenuti senza perdere equilibrio.
Nei rosé il frutto rosso, dalla fragolina al lampone, si accompagna alla freschezza e a una componente sapida che rende il vino particolarmente gastronomico. È un tratto coerente con una denominazione pensata non soltanto per l’aperitivo, ma per stare a tavola.

Non si tratta di stabilire quale sia “il” Classese. È la molteplicità delle interpretazioni a rendere interessante il progetto: un territorio maturo non produce vini tutti uguali, ma riconoscibili e diversi.
La carta di Masnaghetti arriva nel momento giusto. Non serve soltanto a dire dove sono le vigne, ma a creare un vocabolario: Valle Versa non è Scuropasso, Scuropasso non è Coppa, Coppa non è Staffora. Dentro ciascuna valle esistono ulteriori differenze.
Per una zona che per anni è stata raccontata soprattutto attraverso grandi numeri, è una rivoluzione nel modo di comunicarsi. La bottiglia torna ad avere un luogo alle spalle. E il luogo torna a essere parte del valore della bottiglia.
Masnaghetti ha insistito sul fatto che la mappa non sia un punto d’arrivo, ma di partenza. Saranno i produttori a trasformarla in vino, comunicazione e riconoscibilità.
L’Oltrepò sta finalmente uscendo dal tunnel, ma non è arrivato al traguardo. La strada è ancora lunga: bisogna aumentare i volumi della produzione di alto livello senza perdere il rigore del nuovo percorso. Il successo del Classese non dipenderà soltanto dal numero di etichette che porteranno quel nome, ma dalla capacità di fare in modo che quel nome diventi, per il consumatore, sinonimo immediato di Pinot Nero, Metodo Classico e Oltrepò Pavese.

La sfida è trasformare una vocazione storica in una reputazione contemporanea.
Per farlo servono produttori disposti a investire, vigneti curati, rese coerenti, tempo in cantina, affinamenti più lunghi e una comunicazione collettiva. Serve anche un territorio disposto a cambiare.
Dopo anni in cui si è ragionato a cisterne, oggi si può finalmente ragionare a colline.
E forse è proprio questa la vera novità del Classese: non l’invenzione di qualcosa che prima non esisteva, ma la decisione di dare un nome, una regola e una direzione a qualcosa che l’Oltrepò possedeva già da più di un secolo e mezzo. La luce in fondo al tunnel, questa volta, non è più soltanto una promessa. I produttori hanno cominciato a camminare nella sua direzione. Adesso bisogna continuare.


