
Carema è un luogo in cui la viticoltura smette di essere soltanto agricoltura e diventa gesto culturale, memoria collettiva, fatica quotidiana. All’estremo nord del Piemonte, la vite di Nebbiolo – chiamato Picotendro sin dal 1587 in Valle d’Aosta e alto Canavese – cresce in condizioni estreme, aggrappata alla montagna su ripidi terrazzamenti che raccontano secoli di lavoro umano e di adattamento al paesaggio.

Arrivando da sud, la Dora Baltea accompagna lo sguardo fino a quando la valle si stringe e la montagna prende il sopravvento: è qui, proprio al confine con la Valle d’Aosta (il nome Carema deriva dal latino “ad cameram”, ossia “dogana”), che la viticoltura assume una forma radicale, lontana da ogni idea di comodità o di resa industriale. Il vino nasce da un territorio severo, modellato più dalla necessità che dall’estetica, anche se il risultato finale ha una bellezza capace di colpire chiunque si fermi a osservare i vigneti arrampicati sulla roccia.

I terrazzamenti di Carema sono il frutto di secoli di lavoro paziente. La montagna, di per sé, non offriva spazio alla vite: è stato l’uomo a crearlo, spostando pietre, costruendo muri a secco, strappando piccoli appezzamenti alla pendenza. Ogni metro quadrato coltivabile è una conquista. Qui la terra non è mai “data”, ma sempre “presa”, mantenuta e difesa anno dopo anno. L’erosione, l’acqua, il gelo e il tempo sono avversari costanti, e il vigneto esiste solo finché qualcuno se ne prende cura.

L’elemento che più distingue Carema è l’architettura dei suoi vigneti, un unicum nel panorama vitivinicolo italiano. Non si sviluppano in filari ordinati sul piano, ma seguono la verticalità della roccia, affidandosi a un sistema complesso di sostegni in legno e pietra, i celebri pilun, colonne tronco-coniche in pietra e calce, che emergono dal terreno come sentinelle e su cui poggiano le pergole in legno che sorreggono le viti, creando una sorta di tetto verde sotto il quale si cammina e si lavora.

I Pilun sui muri a secco

Non si tratta di una scelta folkloristica, ma di una vera e propria architettura agricola: una risposta precisa alle condizioni ambientali, pensata per sollevare la pianta dal suolo, sfruttare al massimo l’esposizione solare, favorire la circolazione dell’aria e proteggere i grappoli dall’umidità e dalle gelate. È un sistema antico, che richiede manutenzione costante e una conoscenza profonda del territorio ma che ha un costo altissimo in termini di lavoro: ogni pilun va controllato con attenzione, consolidato, talvolta ricostruito e le pergole devono essere mantenute, sostituite quando il legno cede, adattate alla crescita della vite che, a differenza di altri sistemi di allevamento, corre per diversi metri quadrati. Nulla è standardizzato: ogni appezzamento ha misure, pendenze e soluzioni diverse. È una viticoltura che non ammette distrazioni perché anche un abbandono temporaneo porta rapidamente al degrado delle strutture e, di conseguenza, alla perdita del vigneto.

La vendemmia è il momento in cui tutte queste difficoltà diventano evidenti. Tutto è manuale: non esistono macchine in grado di muoversi tra i terrazzamenti di Carema e su pendenze così accentuate. Le cassette si riempiono a una a una, a mano, spesso lavorando chini o in equilibrio precario. I grappoli vengono trasportati a spalla lungo sentieri stretti e scoscesi, con pendenze che mettono alla prova anche chi è abituato alla montagna. È un lavoro che richiede tempo, coordinazione e resistenza fisica. Qui la parola “fretta” non ha senso: la vendemmia segue il ritmo del territorio, non quello del mercato.

In questo contesto si inserisce un aspetto fondamentale e spesso poco raccontato: il rapporto inscindibile tra vigneto e bosco. A Carema, storicamente, l’eredità familiare non comprendeva soltanto le vigne, ma anche un appezzamento boschivo. Era una necessità pratica prima ancora che una scelta culturale. Quel bosco rappresentava la riserva indispensabile di legname per costruire e riparare le pergole, senza le quali il vigneto non poteva esistere. Il castagno, particolarmente diffuso sui versanti circostanti, forniva un materiale resistente e relativamente durevole, adatto a sopportare il peso delle viti e le intemperie.

Il bosco non era quindi uno spazio marginale, ma parte integrante dell’economia agricola. Veniva gestito con attenzione, tagliato a rotazione, rispettato nei suoi tempi di crescita. Dal bosco arrivava il legname per le pergole, ma anche per altri usi domestici, in un sistema di autosufficienza che riduceva al minimo gli sprechi. La conoscenza del legno, dei momenti giusti per il taglio e delle tecniche di lavorazione faceva parte del patrimonio delle famiglie, tramandato di generazione in generazione insieme alle vigne.

Questo intreccio tra vite, pietra e bosco racconta molto della mentalità di Carema, definita proprio per questo “città-vigneto”. Nulla era lasciato al caso e ogni risorsa veniva utilizzata in modo funzionale alla sopravvivenza del sistema. Anche il paesaggio, che oggi appare così armonioso, è il risultato di un equilibrio fragile, mantenuto grazie a una presenza umana continua. Quando, nel corso del Novecento, molte famiglie hanno abbandonato la montagna, i vigneti sono stati tra i primi a soffrirne tant’è che da 70 ettari vitati di inizio/metà del secolo la superficie vitata si è assestata oggi attorno a 25 ettari.
Senza manutenzione, i pilun cedono, le pergole marciscono, i terrazzamenti si sgretolano. Recuperare una vigna abbandonata significa spesso affrontare un lavoro enorme, che pochi sono disposti a intraprendere.
Chi oggi continua a coltivare il Carema lo fa con una consapevolezza diversa rispetto al passato. Non si tratta più soltanto di produrre vino, ma di custodire un patrimonio storico fatto di saperi, paesaggi e relazioni profonde con il territorio. Ogni intervento in vigna è anche un atto di conservazione. La scelta di mantenere i sistemi tradizionali, invece di semplificarli, è una presa di posizione che va oltre il vino stesso.

Il Carema che arriva nel bicchiere riflette tutto questo. È un vino elegante, che non punta sulla potenza ma sulla finezza, sulla tensione e su una complessità che si costruisce nel tempo. La sua identità è inseparabile dal luogo in cui nasce: dalla fatica dei terrazzamenti, dalla precisione delle pergole, dal legno del bosco che sostiene le viti. Ogni bottiglia restituisce la storia di una vendemmia difficile, di un pilun che regge la vite, di una pergola costruita con il legno ereditato insieme alla terra. È la testimonianza di una montagna che resiste e di una comunità che si è adattata senza snaturarsi e che continua a dimostrare come la viticoltura possa essere, prima ancora che produzione, una forma di relazione profonda con il territorio.
Una recente visita alla Cantina Produttori Nebbiolo di Carema mi ha permesso, insieme ad un gruppo di giornalisti ed esperti del settore, di toccare con mano questa realtà complessa, partendo proprio dai vigneti e dal territorio che li sostiene. La cantina, fondata nel 1960 da dieci viticoltori, nasce come risposta collettiva alle difficoltà di una viticoltura estrema e frammentata, in un momento storico in cui l’abbandono della montagna metteva seriamente a rischio la sopravvivenza dei terrazzamenti. Oggi i soci sono oltre cento, ma i conferitori attivi restano poco più di sessanta, riconducibili a una decina di famiglie che continuano a coltivare direttamente le vigne, mantenendo un legame quotidiano con la montagna.

I loro numeri restituiscono bene la scala di Carema: circa quindici ettari vitati complessivi e una produzione annua che si aggira intorno alle cinquantamila bottiglie. Dimensioni ridotte, inevitabili in un contesto come questo, dove ogni parcella è frutto di un lavoro manuale costante e dove crescere significherebbe snaturare l’equilibrio del territorio. Il Carema nasce esclusivamente da uve Nebbiolo in purezza e, secondo il disciplinare aggiornato a partire dal 2010, si declina nelle tipologie Carema e Carema Riserva, entrambe caratterizzate da affinamenti lunghi in grandi botti di rovere o castagno, in linea con la tradizione locale.

La degustazione, arrivata dopo il percorso tra i terrazzamenti e le strutture storiche dei vigneti, ha reso evidente il legame diretto tra il paesaggio e il vino. Il Carema si presenta con un colore rubino tendente al granato e un profilo aromatico fine, segnato da note di rosa macerata, spezie dolci e richiami di frutta sotto spirito. Al palato emerge un equilibrio costruito nel tempo, con tannini presenti ma misurati e un’acidità che accompagna la beva. La Riserva ne approfondisce la complessità, mantenendo tensione, precisione e grande eleganza, senza mai cercare la potenza.
Inserita nel contesto della “città-vigneto”, la cantina appare così non come un semplice luogo di vinificazione, ma come uno strumento di tutela e continuità. Un presidio che consente a questo sistema fragile di restare vivo, trasformando il lavoro di molte famiglie in un racconto comune che trova nel vino la sua espressione più compiuta.
Cantina Produttori Nebbiolo di Carema
Paolo Alciati




