
Ci sono aziende che producono vino e aziende che, attraverso il vino, raccontano un luogo.
Ca’ Mariuccia appartiene con decisione alla seconda categoria.
Ad Albugnano, dove le colline sono alte, ventilate e luminose, questa realtà agricola ha costruito negli anni un’identità precisa: agricoltura biologica, approccio etico, ospitalità diretta e una visione che tiene insieme terra e comunità.
Alla guida c’è Andrea Maria Pirollo, che arriva da un percorso nel marketing prima di scegliere un cambio radicale e dedicarsi all’agricoltura. Una transizione che si legge ancora oggi nel modo in cui Ca’ Mariuccia si racconta: attenzione all’identità, sensibilità nel comunicare il progetto, ma soprattutto una scelta concreta, agricola, quotidiana, condivisa anche con Angela Calligaro, che affianca la gestione dell’azienda e segue da vicino la dimensione dell’accoglienza, dando continuità al lavoro quotidiano.


Il risultato è una gamma di vini che parla piemontese con accento personale. Alcuni hanno la profondità dei grandi rossi di collina, altri la spontaneità delle bottiglie quotidiane, altri ancora la leggerezza dei vini semplici ma non banali. Tutti, però, condividono una stessa impostazione: non cercare effetto, ma riconoscibilità.
Il vino che più di ogni altro rappresenta la casa è Il Tato, Nebbiolo in purezza e riferimento della produzione. Nel bicchiere ha la personalità dei vini importanti: ciliegia matura, rosa appassita, tabacco e spezie fini. La struttura è presente ma non rigida, il tannino si percepisce ma non interrompe mai il sorso. È un vino che cresce nel tempo, che si apre con l’aria e che sembra costruito per accompagnare la tavola con buona autorevolezza.
Ed è proprio qui che il discorso si allarga al territorio. “L’Albugnano è importante – racconta Andrea – perché dà un nome a un’identità. Non è solo un vino: è un modo per rendere riconoscibile questo pezzo di territorio”. Il Nebbiolo qui assume una lettura più verticale, influenzata dall’altitudine e dal vento: più teso rispetto ad altre zone, attraversato da una freschezza che ne definisce il ritmo e da una finezza che resta la sua cifra più evidente, pur mantenendo una trama tannica ancora troppo evidente nelle annate più recenti.
Il progetto trova oggi il suo centro nella nuova Cantina Degustativa inaugurata il 10 aprile, pensata non come semplice spazio di assaggio ma come luogo di cultura e confronto attorno al vino. Qui il fulcro resta l’Albugnano DOC, Nebbiolo in purezza che rappresenta una delle interpretazioni più identitarie e ancora poco conosciute del territorio, a cui Ca’ Mariuccia partecipa attivamente anche attraverso il progetto Albugnano 549, nato per valorizzarne la riconoscibilità.
Accanto a questa interpretazione si muove La Nina, Barbera intensa e generosa, dal frutto scuro e succoso e da una acidità che allunga il sorso. È un vino pieno ma mai pesante, pensato per la tavola e per una bevibilità che non rinuncia alla sostanza.

Se Il Tato rappresenta l’equilibrio e la Barbera la materia, La Giulia porta invece il lato più ruvido della Freisa. Profumi di lampone, pepe, viola e sottobosco introducono una bocca viva, nervosa, leggermente selvatica. È un vino che non cerca mediazioni, e proprio per questo lascia il segno.
Più immediato è Il Mio, blend di uve rosse pensato per la convivialità. Frutto croccante, morbidezza controllata e un sorso diretto lo rendono una bella realtà, costruita per accompagnare il cibo e il tempo quotidiano.

Nei bianchi emerge un approccio sperimentale ma coerente. “Con la Malvasia abbiamo fatto un vino macerato, quasi un orange wine, e sta dando grandi soddisfazioni: per essere un bianco piemontese ha profumi che portano decisamente altrove”. È una direzione che allarga lo sguardo oltre il territorio senza tradirlo, giocando su texture e aromi più complessi.
Più lineare è Il Petit, Sauvignon di collina che evita le variazioni aromatiche più spinte per concentrarsi su salvia, agrumi, pietra bagnata e sapidità. È un Sauvignon moderno, meno aggressivo, che privilegia equilibrio e bevibilità rispetto all’esuberanza aromatica.
Accanto a lui, Il Lollo rappresenta la versione più immediata e quotidiana del bianco aziendale: floreale, leggero, scorrevole, pensato per una bevibilità semplice ma non superficiale.

Sul fronte delle bollicine, Ca’ Mariuccia lavora su registri meno convenzionali. La base Barbera della spumantizzazione nasce come piccola scommessa: un vino con acidità evidente, note di miele e fiori gialli, una bolla morbida ancora in fase di messa a punto. La produzione è limitata, circa 1.500 bottiglie, e mantiene un carattere sperimentale.
Chiude il percorso La Vecchia, passito di Malvasia, dove rosa appassita, confetture e spezie dolci si intrecciano a una dolcezza controllata, sostenuta da una freschezza che evita ogni eccesso.

Guardando l’insieme, Ca’ Mariuccia costruisce un linguaggio coerente: vini leggibili, agricoli nel senso più pieno e serio del termine, mai pensati per stupire ma per restare riconoscibili.
E in un territorio ancora frammentato, il tema non è soltanto la qualità. “Per noi il vino serve a creare comunità” – spiega ancora Andrea – “L’obiettivo non è la qualità dei vini, che c’è, ma è far diventare questo territorio riconoscibile anche attraverso un prodotto di eccellenza”.
Ed è forse qui che si chiude il cerchio: tra vino, paesaggio e identità, Ca’ Mariuccia prova a costruire non solo una cantina, ma un modo di leggere un territorio intero.
Info: www.camariuccia.it
Paolo Alciati








