– Paolo Alciati –
Nel cuore del Chianti Classico, una degustazione tra vecchie vigne, terreni diversi e le molte sfumature del Sangiovese

Tra Greve in Chianti, Panzano e Montefioralle, nel cuore di una delle zone più vocate del Chianti Classico, Vecchie Terre di Montefili lavora da cinquant’anni su un’idea piuttosto precisa di Sangiovese: vini legati alle vigne, ai terreni e alle differenze tra le parcelle, senza cercare di uniformarle. È una parte di Toscana dove il Sangiovese ha trovato alcune delle sue espressioni più convincenti, e dove anche pochi chilometri possono cambiare il volto di un vino. Panzano è ormai un nome di riferimento per chi cerca nel Chianti Classico vini capaci di unire carattere e finezza; Montefioralle, con la sua posizione più raccolta, appartiene allo stesso paesaggio di colline, vigne e boschi che ha reso questa zona così riconoscibile. Montefili si trova proprio qui, con 12,5 ettari di vigneto che arrivano fino a 540 metri di altitudine, su terreni di Pietraforte, Alberese e Argilliti Scistose. Il Sangiovese è la varietà principale, affiancato da una superficie più piccola di Cabernet Sauvignon.

La proprietà è di Frank Bynum e Tom Peck Jr. dal 2015. A seguire il lavoro tecnico, in vigna e in cantina, è Serena Gusmeri, enologa e agronoma. È una presenza importante nel progetto della tenuta, anche perché a Montefili ogni parcella viene vinificata separatamente. Una scelta che, in una proprietà dove cambiano terreni e altitudini, permette di non perdere per strada le differenze tra una vigna e l’altra.


Qualche settimana fa ho assaggiato i vini di Montefili a Torino, durante una degustazione dedicata. Il confronto è stato interessante soprattutto per un motivo: il Sangiovese non aveva sempre la stessa faccia. Cambiava il frutto, cambiava il tannino, cambiava il peso del vino in bocca. E alcuni assaggi richiedevano più tempo di altri.
Il Chianti Classico DOCG è il più immediato. Ha ribes e mirtillo, una speziatura leggera, tannini fini. È fresco, scorrevole, con una chiusura che resta senza appesantire. Un vino che mi è piaciuto proprio per il suo equilibrio e per il modo in cui riesce a esprimere il Chianti Classico senza puntare tutto sulla potenza.
La Gran Selezione prende invece una strada più ricca. La ciliegia si fa più scura, arrivano le spezie e il tabacco dolce, mentre il tannino diventa morbido e setoso. Il vino ha più materia, ma non perde freschezza. È una differenza che si sente subito nel bicchiere e che lascia pensare a un vino capace di evolvere bene nel tempo.
Vinea Vecchia è stato l’assaggio che mi ha convinto di più. È prodotto con le vecchie vigne di Sangiovese e ha un carattere più profondo, fatto di frutto rosso maturo, sottobosco e terra umida. È il vino al quale sono tornato più volte durante la degustazione. All’inizio sembra trattenuto, poi comincia a distendersi e il sorso acquista una persistenza sempre più evidente. Non cerca la potenza, e proprio per questo riesce a lasciare il segno.
Vinea Nel Bosco è un altro Sangiovese in purezza e mostra un lato più fresco e diretto. Ciliegia, mirtillo, una nota di albicocca, spezie delicate. Il tannino è gentile e il finale resta vivo. Rispetto a Vinea Vecchia è più facile da avvicinare, ma non per questo meno interessante. Anzi, nella degustazione serve a mostrare quanto possa cambiare il vino anche all’interno della stessa azienda.
Anfiteatro torna su un registro più strutturato. È il vino del vigneto storico della tenuta, piantato nel 1975, e porta con sé frutto maturo, pepe e un tannino più presente. Ha più peso e una maggiore profondità, ma il sorso non diventa mai pesante. È uno dei vini in cui si sente meglio la capacità di Montefili di lavorare sulla struttura senza trasformarla nell’unico argomento del bicchiere.
Guardando di nuovo ai vini principali, però, è difficile non pensare al lavoro che c’è dietro questa varietà di risultati. A Montefili le parcelle vengono vinificate separatamente e questo significa poter seguire ogni vigna per quello che è, senza dover ricondurre tutto a un unico modello. Nel lavoro di Serena Gusmeri c’è quindi anche questo: tenere insieme le esigenze della vigna e quelle della cantina, lasciando che le differenze arrivino fino al vino.
La stessa attenzione si ritrova nel modo in cui viene gestita la campagna. Montefili fa parte dal 1995 del Bio-distretto di Panzano e dal 2018 porta avanti con Vitenova un progetto di monitoraggio della biodiversità. Si studiano la microfauna del suolo, la flora e l’equilibrio dell’ecosistema; nel 2023 è arrivata la certificazione europea Diversity Ark. In azienda non vengono utilizzati diserbanti né pesticidi dannosi e viene monitorata anche la presenza di microplastiche nel terreno.
Sono aspetti che da soli non spiegano un vino ma aiutano a capire il modo in cui Montefili guarda alle proprie vigne: meno interventi dove non servono, più attenzione a quello che succede nel terreno e, in cantina, la scelta di non cancellare le differenze tra le parcelle.

Alla fine della degustazione non mi è rimasta in testa una classifica, ma alcune impressioni precise: la freschezza del Chianti Classico, la maggiore materia della Gran Selezione, il frutto maturo di Vinea Vecchia che lentamente lascia spazio al sottobosco e alla terra umida. Sono sensazioni che arrivano piano e cambiano un po’ mentre il vino prende aria. Vinea Nel Bosco resta invece più immediato, Anfiteatro ha nel tannino e nella struttura il suo tratto più evidente.
Quello che mi sono portato via è proprio questo: il Sangiovese non è una formula. Cambia con la vigna, con il terreno, con l’altitudine e con il lavoro di chi lo porta fino alla bottiglia.

Montefili si trova in una zona in cui il confronto tra vigne, esposizioni e terreni ha contribuito a costruire una precisa idea di Chianti Classico, e nei bicchieri assaggiati a Torino questa varietà si sente senza diventare confusione. Ogni vino mantiene un proprio carattere, ma resta riconoscibile il filo che li lega.
Forse è proprio questo l’aspetto che mi ha fatto più riflettere: non è importante cercare il vino migliore, ma capire perché, partendo dalla stessa collina e da una varietà così radicata in questo territorio, possano nascere espressioni tanto diverse.







