– Redazione Centrale TdG –
A Milano, il progetto firmato da Daniela Bedoya di B-D/Sign_ e dall’interior designer Sandra Rizo Patrón costruisce un ambiente dove legno, cemento, luce, ombra e arte accompagnano l’esperienza gastronomica senza mai cercare di sovrastarla.

Entrando da Akiro, il primo elemento che si incontra non è una sala, ma un banco. È qui che comincia l’esperienza. Non c’è una cucina da osservare da lontano, né una separazione netta tra chi prepara e chi mangia: ogni posto è disposto attorno al bancone e mette l’ospite a diretto contatto con i sushi chef, con i loro gesti e con il ritmo della preparazione. Il design non fa semplicemente da sfondo alla cucina: la porta in primo piano. È da questa idea che nasce il progetto architettonico di Akiro; uno spazio pensato non come un contenitore, ma come parte integrante dell’esperienza gastronomica, dove ogni scelta progettuale contribuisce a definire il modo in cui gli ospiti si muovono, osservano, ascoltano e vivono il ristorante.
A guidare il progetto è Daniela Bedoya, Lead Architect di B-D/Sign, in collaborazione con l’interior designer Sandra Rizo Patrón; insieme hanno tradotto nello spazio l’identità di Akiro attraverso un linguaggio progettuale essenziale, costruito sull’equilibrio tra rigore e calore, geometrie precise e superfici capaci di restituire una dimensione più spontanea e vissuta. Il progetto parte dalla filosofia della cucina Nikkei, che mette in dialogo la precisione giapponese con l’identità peruviana, senza cercare una fusione indistinta, ma lasciando che le due culture mantengano la propria forza. Lo stesso principio guida la progettazione degli interni, dove minimalismo e texture, ordine e imperfezione, essenzialità e calore convivono all’interno di uno stesso ambiente.

A questo dialogo si aggiunge una componente artistica che attraversa gli spazi senza trasformarli in una galleria. Le opere sono state realizzate appositamente per Akiro da artisti legati alla scena creativa peruviana e internazionale e introducono, attraverso fibre, intrecci, nodi e lavorazioni manuali, un ulteriore livello di racconto. Tra queste, Spontaneous Precision I e II di Luisa Mantelli nasce dall’assemblaggio di piccoli elementi all’uncinetto in fibre naturali e recuperate, che si sviluppano sulla parete fino a superarne i confini; un lavoro che richiama, anche nella propria costruzione, quella relazione tra ordine e movimento già presente nel progetto degli interni.
Le geometrie sono volutamente essenziali e ortogonali. Non cercano di imporsi, ma definiscono il ritmo dello spazio, lasciando che siano proporzioni, superfici e luce a costruirne il carattere. Il rovere massello introduce una presenza calda e naturale, ammorbidendo il rigore delle linee e creando una relazione immediata con la dimensione tattile dello spazio. Il cemento, con il suo aspetto irregolare e la sua superficie non uniforme, interrompe invece la precisione delle geometrie e introduce una componente più istintiva. Niente viene levigato fino a perdere il proprio carattere. Le texture rimangono riconoscibili, le variazioni diventano parte dell’identità visiva e le superfici raccontano la propria natura senza cercare di uniformarsi. È qui che entra in gioco il riferimento al wabi-sabi, la sensibilità estetica giapponese che riconosce valore nell’imperfezione, nell’irregolarità e nel trascorrere del tempo.

La stessa attenzione per la lavorazione manuale ritorna nelle opere tessili distribuite all’interno del ristorante. Movement of Nature di Mariana Baertl, realizzata a mano con cotone, lana e lino, porta nello spazio una superficie tridimensionale ispirata alla crescita e al movimento della natura. Nella reception, Expanding Threads di Josefina Leon Ausejo riprende invece la tradizione andina dei quipu attraverso una composizione di corde di cotone annodate e tinte naturalmente, trasformando un sistema ancestrale di memoria e narrazione in un’opera capace di raccontare anche la storia di Akiro attraverso le sue diverse città.
Il pavimento in cemento non nasconde le proprie variazioni: le accoglie e le trasforma in parte integrante della percezione dello spazio. Una scelta che crea anche un dialogo con la cultura e l’artigianato peruviani, dove texture, lavorazioni e irregolarità conservano una forte capacità espressiva. Lo stesso rapporto tra paesaggio e cultura emerge in Between Currents di Jimena Maria Bedoya, sospesa nello spazio come una rete in movimento: l’opera richiama l’Oceano Pacifico, che unisce Perù e Giappone, e attraverso linee ondulate e fili intrecciati evoca correnti marine, dune, terrazzamenti agricoli e paesaggi topografici.
Ad Akiro anche la luce viene pensata come un elemento progettuale. Non serve a rendere tutto immediatamente visibile, ma a suggerire, selezionare e creare profondità. Le fonti luminose sono discrete e diffuse; attraversano pareti, legno e cemento, disegnando ombre leggere e contribuendo a costruire un’atmosfera raccolta. L’approccio è influenzato dalla riflessione di Jun’ichirō Tanizaki in “In Praise of Shadows”, dove l’ombra non rappresenta un’assenza, ma una presenza capace di modificare la percezione e rendere più intensa l’esperienza di uno spazio.

Anche il suono entra a far parte di questo equilibrio. La musica non domina l’ambiente, ma rimane sullo sfondo, accompagnando il ritmo del servizio e quello dei sushi chef al banco. È una componente meno visibile del progetto, ma fondamentale per costruire quella sensazione di intimità che caratterizza Akiro.
Il design di Akiro non cerca di imporsi attraverso un singolo elemento iconico, la sua identità nasce piuttosto dalla relazione tra proporzioni, luce, superfici, suoni, opere e persone. L’ispirazione dei tradizionali hand roll bar giapponesi viene reinterpretata attraverso un ambiente urbano e contemporaneo, essenziale ma mai distante. Il banco diventa un luogo di osservazione e di incontro, mentre ogni seduta avvicina l’ospite al lavoro dei sushi chef.
L’architettura non cerca di essere protagonista. Preferisce lasciare spazio a ciò che accade al suo interno: una conversazione, il ritmo del servizio, il suono del nori che si spezza, il movimento delle mani, l’attesa di un hand roll appena preparato. Anche le opere partecipano a questa esperienza senza interromperla: sono presenze discrete, costruite attraverso gesti manuali e riferimenti culturali che ampliano il racconto di Akiro. In questo senso, il progetto è costruito per essere percepito prima ancora che osservato. È un insieme di dettagli che agiscono sul modo in cui si vive lo spazio, senza chiedere continuamente attenzione. Ed è forse proprio qui che risiede il senso più profondo del progetto: creare un luogo capace di accompagnare l’esperienza senza sovrastarla, lasciando che siano le persone, i gesti dei sushi chef e la cucina a rimanere al centro.
Akiro
Fondato nel 2023 a Madrid da Lucas Leon e Faisal Barakat, Akiro è il primo Nikkei hand roll bar al mondo. Nato dall’idea di rendere l’esperienza della cucina Nikkei più immediata, coinvolgente e contemporanea, il concept si sviluppa attorno al banco, cuore pulsante del ristorante, dove gli hand roll vengono preparati e serviti uno alla volta davanti agli ospiti. Dopo il successo ottenuto in Spagna con le aperture di Madrid e Barcellona e il debutto internazionale a Chicago, Akiro ha scelto Milano come nuova tappa del proprio percorso di espansione. Quest’ultima apertura è stata realizzata in partnership con Jovit Srl, subirà italiana con un background internazionale e specializzata nel settore hospitality, di Giovanni Gottardi e Vittorio Mozzi, impegnata nella realizzazione in Italia e all’estero di progetti di ristorazione innovativa. Alla guida della proposta gastronomica c’è lo chef Luis Arévalo, tra i pionieri della cucina Nikkei in Europa, che interpreta l’incontro tra Giappone e Perù attraverso una cucina fondata su precisione tecnica, qualità della materia prima ed equilibrio dei sapori. Oggi Akiro rappresenta una nuova generazione di ristorazione internazionale: dinamica, esperienziale e profondamente radicata nella cultura Nikkei.
