
Cocconato non ha bisogno di essere reinventata. È uno di quei paesi che si fanno capire da soli: colline morbide, aria che cambia con le stagioni, un centro vivo senza artifici. Semmai va guardata con occhi nuovi. Da qui nasce “Cocconato bell’e buono”, il progetto ideato da Alberto Marchetti insieme ai soci Fabio Digilio e Leo Longo. Un’idea che non si impone, ma segue il luogo e lo valorizza.

Il borgo astigiano, già riconosciuto tra i più belli d’Italia, si distende sulle colline del Monferrato con naturalezza: vigneti ordinati, boschi, scorci che invitano a rallentare. Marchetti qui non è arrivato per caso. Ci veniva da ragazzo e quel legame è rimasto. Tornando, anni dopo, non ha trovato una casa, ma qualcosa di più interessante: un paese ancora autentico, fatto di attività, persone, relazioni.
Da lì è nata l’idea di fare impresa senza cambiare il posto, lavorando su ciò che già esiste. Un progetto che unisce ospitalità, ristorazione, artigianato e mobilità dolce, con l’obiettivo di costruire un “villaggio diffuso” capace di vivere tutto l’anno.
Nel centro del paese le nuove aperture si inseriscono senza strappi. Non è un intervento isolato, ma un insieme di attività legate tra loro: la pizzeria sulla piazza, la salumeria con gastronomia, il pastificio a vista, la gelateria, le botteghe. Tutto resta dentro il ritmo di Cocconato, senza forzature, dove il visitatore che arriva finisce per sentirsi parte del luogo.
L’Osteria Bell’e Buona è uno dei punti più riusciti del progetto. Qui la tradizione piemontese non viene copiata, ma riletta con misura. In cucina lavorano due profili solidi e complementari: Fabrizio Cavassa e Serena Briozzo, due percorsi diversi che qui trovano un buon equilibrio.

Cavassa ha una cucina diretta, concreta, attenta alla sostanza. Briozzo arriva da una formazione solida: l’ALMA, poi sei anni con lo stellato Moreno Cedroni a Senigallia, dove ha imparato rigore, precisione e visione contemporanea del gusto, infine l’esperienza da Spazio7 a Torino con Alessandro Mecca, che ha reso il suo stile più essenziale e pulito. Il risultato è una cucina che resta legata al Piemonte, ma più leggera e attuale.

All’osteria queste esperienze si incontrano in piatti riconoscibili, senza effetti inutili. I grandi classici piemontesi, gli agnolotti al sugo d’arrosto, il vitello tonnato, la merenda sinoira: tutto parte dalla tradizione, con piccoli aggiustamenti che rendono i piatti più equilibrati. Le materie prime arrivano dal territorio, spesso da produttori locali, e la filiera corta qui è una pratica quotidiana. È una cucina immediata, che si capisce subito e che invita a tornare.

Anche l’ambiente segue la stessa idea: essenziale, accogliente, senza ricostruzioni forzate. Un’osteria “come una volta” solo in apparenza, perché dietro c’è un lavoro preciso di selezione, equilibrio e attenzione al dettaglio. Il tempo rallenta, ma senza diventare immobile.
L’osteria è parte di un progetto più ampio, dove l’ospitalità ha un ruolo centrale. L’albergo diffuso completa questo disegno: niente struttura unica, ma appartamenti sparsi nel paese, recuperati e arredati senza perdere il carattere originario. Inseriti nel tessuto del borgo, lontani dalla logica dell’hotel tradizionale, ma pensati per chi cerca un contatto reale con il luogo. Chi arriva non resta ai margini, ma vive il borgo: le strade, i negozi, le persone.

È un modo diverso di soggiornare, più semplice e più vero. Non turismo di passaggio, ma una presenza che si inserisce nel contesto. “Sono tornato in queste colline per cercare una seconda casa e ho ritrovato un mondo vivo e pieno di memoria. Non ho trovato la casa, ma ho trovato un progetto che mi fa sognare: creare il primo Villaggio Diffuso della Riviera del Monferrato” – racconta Alberto Marchetti.
Attorno all’osteria il progetto continua a crescere. Il pastificio lavora a vista e produce ogni giorno agnolotti e tagliatelle, destinati sia alla vendita sia alla cucina dell’osteria, restituendo centralità a un sapere artigiano che rischiava di perdersi. La salumeria propone prodotti del territorio del Monferrato, senza allargarsi troppo. La ciclofficina invita a muoversi lentamente tra strade secondarie e aziende agricole. Non c’è niente di spettacolare, ma tutto è coerente, tutto ha senso.
Il progetto di Marchetti sta in questo equilibrio: tra memoria e presente, tra semplicità e visione. Non punta a trasformare Cocconato in una destinazione costruita, ma a renderla più accessibile senza perderne l’identità. È un lavoro discreto, che si capisce nel tempo. Non solo un luogo da visitare, ma un posto in cui tornare.

“Cocconato bell’e buono” non è un format da replicare, ma un processo. Un modo di lavorare in un territorio senza forzarlo. La scommessa è che proprio da qui, da un paese che non rincorre modelli esterni, possa nascere un’idea diversa di accoglienza.
Info: www.cocconatobellebuono.it
Paolo Alciati





