– Paolo Alciati & Enza D’Amato –
Cinque storie e grandi vini che svelano l’anima di un territorio ancora poco conosciuto

“Non posso vivere senza Champagne. In caso di vittoria me lo merito. In caso di sconfitta ne ho bisogno”. La celebre frase attribuita a Napoleone Bonaparte racconta il rapporto privilegiato tra questo vino e i momenti importanti della vita. Coco Chanel, con la consueta ironia, sosteneva invece: “Bevo champagne solo in due occasioni: quando sono innamorata e quando non lo sono”.
Al di là delle citazioni, lo Champagne è soprattutto espressione di un territorio complesso, di una storia secolare e del lavoro di migliaia di viticoltori. Lo abbiamo scoperto durante un viaggio di fine settembre nell’Aube, la parte meridionale della denominazione, partendo da Troyes, affascinante città medievale dalle case a graticcio, per raggiungere Montgueux e i villaggi della Côte des Bar. Ad accompagnarci è stato Cyril Akimowicz di Aube en Champagne Attractivité, preziosa guida alla scoperta di una Champagne diversa da quella delle grandi maison di Reims ed Épernay.

I numeri spiegano l’importanza della denominazione: circa 34.200 ettari vitati, distribuiti in 319 comuni, oltre 16.000 viticoltori, circa 410 maison e 120 cooperative. Nel 2025 le spedizioni hanno raggiunto 266,1 milioni di bottiglie, per un valore complessivo di circa 5,7 miliardi di euro.
Il Pinot Noir rappresenta il 38% della superficie vitata, seguito da Chardonnay e Meunier. Ma è proprio nel sud, nella Côte des Bar, che il Pinot Noir trova una delle sue principali terre d’elezione, arrivando a occupare circa il 70% dei vigneti.

Il segreto è anche nel sottosuolo, prevalentemente calcareo ma con importanti differenze. Il gesso trattiene l’acqua e contribuisce a regolare la temperatura; le marne conservano umidità e calore; i calcari duri condizionano la disponibilità idrica e restituiscono parte dell’irraggiamento solare. Sabbie e argille intervengono invece sul drenaggio e sulle riserve nutritive. Nella Côte des Bar prevalgono le formazioni calcareo-marnose del Kimmeridgiano, che ritroviamo anche nello Chablis. Sono terreni capaci di favorire vini strutturati, maturi, ma sostenuti da una freschezza fondamentale per la qualità dello Champagne.

La prima visita è a Montgueux, pochi chilometri a ovest di Troyes, una collina isolata dove lo Chardonnay rappresenta oltre il 90% delle vigne. Un’eccezione in un dipartimento dominato dal Pinot Noir, tanto che Montgueux viene spesso soprannominata il Montrachet della Champagne, per la ricchezza aromatica e l’eleganza dei suoi Chardonnay.
Qui incontriamo Hélène Beaugrand, vignaiola indipendente la cui storia familiare si intreccia con quella della Champagne.
Tutto comincia nei primi anni del Novecento, quando Gustave Beaugrand coltivava alcune vigne e vendeva circa 600 litri di vino ai produttori della Marna, gli unici che potevano trasformarlo in Champagne. Fu suo figlio Léon a intraprendere una lunga battaglia per ottenere il riconoscimento di Montgueux. Dopo aver cercato inutilmente il sostegno degli agricoltori dei comuni vicini, decise di procedere da solo, sostenendo le ragioni storiche e geologiche del territorio. Fu proprio grazie alla sua lungimiranza e alla sua incrollabile volontà che, nel 1927, Montgueux entrò finalmente nella delimitazione della Champagne.

La determinazione sembra essere una caratteristica di famiglia. Dopo aver studiato enologia a Beaune, Hélène ha arricchito la propria formazione con cinque anni di esperienze internazionali tra Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Messico e Sudafrica, prima di approdare a Parigi, dove si è occupata della commercializzazione dei vini della Languedoc-Roussillon. Tornata in Champagne nel 2008, ha vinificato per dieci vendemmie le uve familiari, prima di fondare nel 2018 la propria maison, partendo da tre ettari di vecchie vigne.
La sua filosofia privilegia le singole parcelle e la purezza del frutto, con l’obiettivo di valorizzare le caratteristiche dello Chardonnay di Montgueux. Degustiamo sei Champagne, un percorso che mette in evidenza le diverse sfumature di questo vitigno, ma anche la volontà di sperimentare con altre varietà.

Tra le cuvée più rappresentative figura Le Grand Carré Brut Nature, Chardonnay in purezza che ci colpisce per la sua freschezza, la tensione gustativa e il carattere minerale. Uno Champagne essenziale, dalla trama precisa, nel quale le note agrumate e la sapidità si accompagnano a una piacevole persistenza.
Tra le altre etichette della maison meritano attenzione Derrière la Cabane, Chardonnay Extra Brut, e Au Cœur des Racines, millesimato 2019. Hélène produce inoltre Le Rosé Henriette, da Meunier, e sta sviluppando con il figlio Cédric un progetto dedicato al Pinot Blanc, vitigno storico della Champagne ma oggi poco diffuso. È un’ulteriore dimostrazione della sua volontà di innovare senza perdere il legame con le radici familiari.

Un aspetto che abbiamo particolarmente apprezzato, da estimatori delle bollicine pas dosé, è la scelta di Hélène di mantenere il dosaggio dei suoi Champagne tra 0 e 3 grammi per litro, lasciando che siano le uve e il terroir a esprimere pienamente la propria identità. Ne derivano vini di grande verticalità, tesi e vibranti, nei quali la freschezza agrumata, la sapidità e la precisione gustativa disegnano un profilo di notevole eleganza. Champagne essenziali, ma tutt’altro che semplici, capaci di coniugare rigore espressivo e profondità, con una persistenza che invita continuamente a tornare al calice.
La mattina successiva ci dirigiamo verso Les Riceys, nel cuore della Côte des Bar. Il paesaggio cambia: colline più articolate, vigneti che si alternano a boschi e piccoli villaggi, con una fisionomia che ricorda da vicino la Borgogna. La prima tappa è il Domaine Alexandre Bonnet, una delle realtà più interessanti della zona, dove il Pinot Noir occupa un ruolo centrale.
Les Riceys possiede una particolarità unica: può produrre vini con tre denominazioni, Champagne, Coteaux Champenois e Rosé des Riceys. Quest’ultima è una delle espressioni più originali del territorio, un rosato fermo ottenuto da Pinot Noir, capace di sviluppare complessità e una notevole personalità gastronomica.

Con Eric Maillot, international development manager di Alexandre Bonnet, degustiamo una selezione di Champagne che spazia dai Blanc de Noirs ai Blanc de Blancs, fino ai Rosé, con dosaggi che vanno dal Pas Dosé al Brut, oltre al Rosé des Riceys, una delle espressioni più caratteristiche del territorio.
Il confronto tra i diversi dosaggi permette di comprendere come il Pinot Noir possa assumere sfumature differenti: più rigoroso e diretto nelle versioni senza zuccheri aggiunti, più rotondo e immediato in quelle Brut, nelle quali il dosaggio contribuisce a completare l’equilibrio gustativo.

Il lavoro del domaine è orientato alla valorizzazione delle singole parcelle e dei suoli kimmeridgiani. La gamma comprende Blanc de Noirs e cuvée parcellari, tra cui Hardy, Les Vignes Blanches e La Forêt, espressioni di una ricerca che privilegia l’identità del luogo rispetto all’uniformità stilistica. Interessante anche il progetto 7 Cépages, che riunisce i sette vitigni storici autorizzati nella Champagne.

Tra gli assaggi, il Rosé des Riceys rappresenta certamente uno dei momenti più istruttivi. Privo di bollicine, mostra un’altra dimensione del Pinot Noir: più vinosa, con una componente di frutto rosso e una struttura che lo rende particolarmente adatto alla tavola. È un vino che meriterebbe di essere conosciuto molto più di quanto accada oggi, anche perché racconta una tradizione profondamente radicata nella Côte des Bar.

Da Les Riceys raggiungiamo Celles-sur-Ource, dove ci attende Champagne Marcel Vézien, maison familiare le cui origini risalgono al 1859, quando Armand Vézien iniziò a coltivare le prime vigne. Nel 1956 il nipote Marcel fondò la maison che ancora oggi porta il suo nome. La continuità familiare è uno degli elementi distintivi dell’azienda, oggi legata alla quarta generazione.

Dopo una visita in cantina con Noémie Vézien, la degustazione si concentra in particolare su due Champagne molto differenti.

Il primo è Secret d’Éclairés, Blanc de Blancs ottenuto da Chardonnay e Pinot Blanc, un assemblaggio interessante perché valorizza una varietà minoritaria che nella Côte des Bar ha conservato una presenza significativa. È uno Champagne orientato alla finezza, con un profilo floreale e fruttato, richiami agli agrumi, alla frutta bianca e alla mandorla. La rotondità del sorso trova equilibrio nella freschezza, rendendolo particolarmente piacevole.
Il secondo, Souvenir d’Ancêtre, è invece un omaggio ad Armand Vézien, il capostipite della famiglia. Composto per il 70% da Pinot Noir e per il 30% da Chardonnay, con l’aggiunta di vini di riserva, trascorre tra cinque e sei anni sui lieviti. È una cuvée decisamente più strutturata, dal colore dorato e dal carattere vinoso.

Il bouquet presenta sfumature evolute che richiamano tè, tabacco, frutta matura e tostatura, mentre il gusto è ampio, morbido e persistente. Uno Champagne particolarmente adatto ad accompagnare carni bianche, crostacei o preparazioni ai funghi.

La sosta per il pranzo è al ristorante Le Clos des Cadoles, a Les Riceys, dove la cucina valorizza i prodotti del territorio con accostamenti contemporanei.

Tra i piatti assaggiati ricordiamo il carpaccio di capesante Saint-Jacques con mele Granny Smith, nocciole tostate e aceto allo Champagne, un insieme di dolcezza marina, acidità e croccantezza. Più ricco il foie gras con fichi arrostiti, pan brioche e Champagne, nel quale la componente grassa incontra la dolcezza del frutto. Due preparazioni che dimostrano quanto lo Champagne possa essere un vino gastronomico, capace di accompagnare un intero pasto.

Nel pomeriggio arriviamo a Polisot, da Champagne Piollot, dove la visita assume un interesse particolare perché permette di confrontare due identità produttive appartenenti alla stessa famiglia.

Da una parte Roland Piollot, dall’altra la moglie Dominique Moreau, creatrice degli Champagne Marie Courtin. Due interpretazioni del territorio che condividono l’attenzione per la viticoltura biologica e biodinamica, ma seguono percorsi espressivi distinti.
La famiglia Piollot coltiva la vite nell’Aube da generazioni. Roland è tornato nell’azienda nel 1986, avviando un percorso di valorizzazione del vigneto e di progressivo abbandono delle pratiche agricole più invasive. La proprietà comprende circa 8,5 ettari, con una presenza significativa di vecchie vigne e una varietà di vitigni che include Pinot Noir, Chardonnay, Pinot Meunier, Pinot Blanc e Arbane.

Degustiamo tre Champagne della linea Piollot, tutti Brut Nature, ma ciascuno con una propria identità. Mepetit, da Pinot Meunier in purezza, si distingue per il carattere fruttato e la piacevole freschezza; Colas Robin, ottenuto esclusivamente da Pinot Blanc e affinato in botti di rovere, offre maggiore ampiezza e complessità, dimostrando le potenzialità di un vitigno spesso sottovalutato; infine, il Rosé Les Protelles, Pinot Noir al 100%, mette in risalto il carattere del vitigno attraverso una struttura più decisa e un’elegante componente di frutti rossi. Tre interpretazioni differenti che, grazie all’assenza di dosaggio, permettono di apprezzare le peculiarità di ciascuna varietà e il suo legame con il terroir della Côte des Bar.

Il confronto prosegue con due Champagne Marie Courtin, marchio creato da Dominique Moreau e dedicato alla nonna. La filosofia produttiva punta a valorizzare le caratteristiche delle uve e del territorio, con interventi ridotti al minimo in cantina e senza dosaggio. Ne nascono Champagne freschi, precisi e di grande personalità.
La produzione Marie Courtin è diventata un riferimento per gli appassionati di Champagne artigianali. Tra le cuvée più conosciute figurano Résonance, Efflorescence ed Éloquence, interpretazioni nelle quali il lavoro sul singolo vitigno e sulle scelte di vinificazione assume un ruolo fondamentale. Il confronto tra le due linee degustate ci permette di apprezzare come una medesima sensibilità agricola possa tradursi in stili differenti: da un lato una maggiore immediatezza espressiva, dall’altro una ricerca di essenzialità e tensione.

Completiamo la visita insieme a Rose Piollot con l’assaggio del Ratafia Champenois, specialità regionale ottenuta dall’unione di mosto d’uva fresco e acquavite di origine viticola, che impedisce la fermentazione e conserva gli zuccheri naturali. Il risultato è un vino liquoroso dalla ricchezza aromatica e dalla dolcezza avvolgente, particolarmente interessante in abbinamento con foie gras, formaggi erborinati o dessert. Una piacevole scoperta che ricorda come la tradizione enologica della Champagne non si esaurisca nelle bollicine.
L’ultima tappa della giornata è a Ville-sur-Arce, da Champagne Chassenay d’Arce. Dopo le aziende familiari, la visita a una cooperativa offre una prospettiva differente sulla produzione dello Champagne. Nata nel 1956 dall’iniziativa di cinque viticoltori, Chassenay d’Arce riunisce oggi circa 130 famiglie, con oltre 300 ettari di vigneto distribuiti lungo la valle dell’Arce per una produzione di circa 1.300.000 bottiglie.

Il Pinot Noir domina anche qui, ma la cooperativa ha sviluppato una gamma articolata, capace di valorizzare sia gli assemblaggi sia i singoli vitigni. La dimensione collettiva consente di disporre di un patrimonio di parcelle molto ampio, offrendo al tempo stesso gli strumenti tecnici necessari per selezionare le uve e sviluppare cuvée di maggiore ambizione.

Tra i vini della gamma troviamo Première ed Expression, espressioni più immediate dello stile aziendale, e la collezione Les Caractères, dedicata alla valorizzazione delle varietà. La linea Confidences rappresenta invece il vertice della produzione, con Champagne che ricercano maggiore complessità e capacità evolutiva.

Ma il momento più significativo della degustazione è senza dubbio il Blanc de Blancs Brut millesimato 2002, una bottiglia che permette di apprezzare la straordinaria longevità dello Champagne. Il 2002 è considerato uno dei millesimi più riusciti degli ultimi decenni, grazie a condizioni climatiche favorevoli che hanno consentito un’eccellente maturazione delle uve.
Questo Chardonnay in purezza ha trascorso dieci anni sui lieviti, seguiti da altri dieci anni di affinamento in bottiglia dopo la sboccatura. Una lunga evoluzione che ne ha arricchito il profilo aromatico, mantenendo una sorprendente freschezza. Il colore è dorato intenso, mentre il bouquet sviluppa richiami alla frutta gialla matura, alla vaniglia, alla cotognata e al miele. In bocca emergono rotondità, delicatezza e sfumature di albicocca e cioccolato bianco, con una chiusura agrumata che alleggerisce la ricchezza complessiva. È uno Champagne da meditazione, ma anche un grande compagno di formaggi stagionati.

Un assaggio particolarmente significativo perché dimostra come la Côte des Bar, pur essendo terra d’elezione del Pinot Noir, possa regalare anche Chardonnay di notevole personalità e longevità. E conferma che la qualità dello Champagne non dipende soltanto dalla sua freschezza giovanile, ma anche dalla capacità di evolvere lentamente, sviluppando complessità senza perdere equilibrio.
Il ritorno a Troyes conclude un itinerario intenso tra realtà profondamente diverse. Hélène Beaugrand ci ha raccontato la tenacia di una famiglia e la purezza dello Chardonnay di Montgueux; Alexandre Bonnet la versatilità del Pinot Noir di Les Riceys; Marcel Vézien il valore della tradizione; Piollot e Marie Courtin due modi differenti di interpretare la stessa terra; Chassenay d’Arce la capacità della cooperazione di dare vita a grandi Champagne, capaci anche di sfidare il tempo.

La Côte des Bar si rivela così una delle zone più affascinanti della Champagne contemporanea, lontana dai circuiti più conosciuti, ma ricca di personalità e di vignaioli che hanno saputo valorizzarne le peculiarità.
Al termine del viaggio, però, il ricordo più bello va oltre le etichette: sono le persone incontrate, le storie ascoltate e la consapevolezza che dietro ogni bottiglia si nascondono generazioni di lavoro, scelte coraggiose e un legame profondo con la terra. Perché lo Champagne, prima ancora di essere il vino delle celebrazioni, è un grande vino di territorio.
Info:
