
Nei primi giorni di novembre, quando Merano si riempiva di visitatori provenienti da ogni parte del mondo e il Kurhaus tornava a essere il fulcro simbolico del vino di qualità, la Campania del vino si è raccontata con una voce condivisa, ma tutt’altro che uniforme. Il Merano WineFestival, con il suo equilibrio sempre sottile tra rigore e convivialità, si è confermato ancora una volta il contesto ideale per osservare da vicino lo stato di salute delle grandi regioni vitivinicole italiane. In mezzo a nomi storici e territori ormai consolidati, la Campania ha attirato l’attenzione non tanto per singole etichette, quanto per la capacità di costruire un racconto corale, leggibile e coerente.

Questo racconto ha preso forma in Casa Campania, lo spazio allestito davanti all’ingresso del Kurhaus. Una collocazione strategica, ma soprattutto un luogo pensato per come punto di sosta e di ascolto, più che come vetrina. Nei momenti di maggiore affluenza, Casa Campania diventava un crocevia continuo di calici, dialoghi, incontri informali. Non c’era fretta, non c’era l’ansia della performance: il tempo era quello del racconto, della spiegazione, dell’assaggio attento, della degustazione consapevole.

I quattro consorzi di tutela – Sannio (Benevento), Vesuvio (Napoli), Vitica (Caserta) e Vita Salernum Vites (Salerno) – hanno scelto di presentarsi insieme, rinunciando a protagonismi individuali. Una decisione tutt’altro che scontata in una regione complessa come la Campania, dove le differenze territoriali sono marcate e non sempre facili da ricondurre a un’unica narrazione. Proprio questa scelta, però, ha permesso di restituire un’immagine più fedele della realtà: una regione sfaccettata, articolata, che trova nella diversità uno dei suoi punti di forza.

Il percorso di degustazione seguiva una logica geografica prima ancora che enologica, accompagnando idealmente il visitatore dall’entroterra verso il mare. Si partiva dal Sannio, territorio che rappresenta oggi il vero motore produttivo della Campania del vino. Un’area ampia, collinare e montuosa, dove la viticoltura è parte integrante del paesaggio e dell’economia locale. Qui il vino non è mai stato un esercizio di stile, ma una necessità agricola, sostenuta nel tempo da cooperative e da una rete diffusa di piccoli produttori.

Le Falanghine del Sannio, assaggiate in diverse interpretazioni, hanno mostrato un profilo lontano da certe semplificazioni commerciali. Non solo vini immediati e fragranti, ma espressioni più profonde, segnate dall’altitudine, dalla struttura e da una freschezza capace di accompagnare l’evoluzione. L’Aglianico del Taburno ha confermato una personalità riconoscibile, fatta di materia e tensione, ma anche di equilibrio. Accanto ai vitigni più noti, varietà come Coda di Volpe, Camaiola, Sciascinoso e Agostinella hanno restituito l’immagine di un patrimonio ampelografico vivo, tutt’altro che museale, ancora pienamente inserito nel tessuto produttivo.

Il racconto proseguiva poi verso la provincia di Caserta, dove il vino si intreccia in modo indissolubile con la storia. Qui il passato non è un semplice riferimento culturale, ma una presenza concreta che continua a influenzare il modo di produrre e di raccontare. Il Falerno del Massico, spesso evocato come uno dei vini più celebri dell’antichità romana, ha trovato nel bicchiere una lettura moderna, capace di evitare ogni retorica. Vini solidi, identitari, che parlano di territorio senza bisogno di sovrastrutture.

Accanto al Falerno, l’Asprinio di Aversa ha rappresentato uno dei momenti più sorprendenti del percorso. La sua acidità verticale, la tensione gustativa e la naturale vocazione alla spumantizzazione raccontano una viticoltura unica, ancora oggi legata alle spettacolari alberate che arrivano fino a venti metri di altezza. Pallagrello Bianco e Nero, Casavecchia, Coda di Pecora e altre varietà locali hanno completato il quadro, confermando Caserta come uno dei territori campani più dinamici e interessanti.

Scendendo verso sud, il Vesuvio ha portato a Merano un racconto diretto e immediato. Qui il concetto di terroir si percepisce senza bisogno di spiegazioni complesse. I suoli vulcanici, le vigne spesso a piede franco, le escursioni termiche e l’influenza delle brezze si traducono in vini di forte personalità. I bianchi colpiscono per sapidità e precisione, i rossi per bevibilità e carattere. Caprettone, Piedirosso, Guarnaccia nera e Catalanesca hanno offerto interpretazioni diverse di uno stesso paesaggio, mentre le varie espressioni del Lacryma Christi hanno dimostrato come una denominazione storica possa essere riletta con sensibilità contemporanea.

Il percorso ideale si concludeva nella vasta provincia di Salerno, probabilmente il territorio più complesso della regione. Un’area che racchiude mondi molto diversi tra loro, dalla Costiera Amalfitana al Cilento, passando per colline interne e zone più continentali. Qui la viticoltura assume spesso i tratti dell’eroismo, soprattutto lungo la costa, dove terrazzamenti e pendenze rendono ogni operazione manuale.

I vini della Costiera Amalfitana hanno raccontato un equilibrio fragile e affascinante, fatto di mare, roccia e altitudine. Il Tintore, spesso proveniente da vigne centenarie, ha regalato espressioni profonde e magnetiche, capaci di sorprendere anche i degustatori più esperti. Nell’entroterra salernitano e nel Cilento, Fiano e Aglianico hanno mostrato un volto più mediterraneo e solare, caratterizzato da maturità del frutto e naturale armonia.


Un ruolo importante, all’interno di Casa Campania, è stato giocato anche dalla componente gastronomica: l’ottimo chef Daniele Luongo ha accompagnato le degustazioni con piatti ispirati alla tradizione regionale, costruiti con misura e rispetto. Preparazioni essenziali, riconoscibili, pensate per dialogare con i vini senza mai sovrastarli, restituendo un’idea autentica di ospitalità campana.

Nel complesso, la presenza della Campania al Merano Wine Festival non è apparsa come una semplice operazione promozionale. Ha preso invece forma un racconto strutturato, capace di mettere in relazione territori, vitigni e persone. Un racconto che ha mostrato una regione matura, consapevole del proprio patrimonio e sempre più orientata verso una qualità che nasce dal rispetto dei luoghi.
Tra le sale del Kurhaus e lo spazio all’aperto di Casa Campania, questo racconto ha trovato ascolto e interesse. Non tanto per l’effetto novità, quanto per la solidità delle storie e per la coerenza delle interpretazioni nel bicchiere. La Campania del vino è apparsa così: complessa, viva, profondamente legata ai suoi territori. Una regione che non cerca scorciatoie e che, nel vino, continua a trovare una delle sue espressioni più sincere.
Paolo Alciati


